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RICORDANZE MANTOVANE


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RICORDANZE MANTOVANE
10 Canti Popolari raccolti in territorio mantovano dalla Brigata Corale 3 Laghi Introduzione e analisi critiche a cura di Giancarlo Gozzi
Filòs nella stalla - Tecnica mista del pittore Sandro Negri
…l’inverno è sfaccendato per il contadino. Durante i freddi, per lo più, gli agricoltori si godono ciò che hanno guadagnato e con gioia si dedicano ai banchetti, con reciproche offerte.
Virgilio-Georgiche/Libro I
BRIGATA CORALE 3 LAGHI AMMINISTRAZIONE DELLA PROVINCIA DI MANTOVA
Assessorato Sport e Spettacolo
MANTOVA 1985

 

PERCHÈ NON TUTTO VADA PERDUTO
In un momento di crescente interesse per la musica antica, più specificatamente medievale e rinascimentale, da parte di un pubblico anche non strettamente specializzato in materia, appare doverosa una sia pur breve precisazione sul ruolo che in determinati ambiti e in precise circostanze temporali la musica, e il canto in primis, hanno svolto in epoche passate nella nostra terra. E, a livello inconscio, ancora svolge in contesti sempre più ristretti e destinati forse all’absolescenza.

Nella storia di Mantova, città fortezza eletta nei secoli a sede diplomatica per l’equilibrio politico italiano ed europeo, la musica, come tutte le arti in genere, ha seguito di pari passo la fortuna della dinastia dei Gonzaga. Ha pertanto conosciuto nel suo cammino momenti di estrema vitalità e di felicissima vena creativa, approdando a risultati ed a livelli artistici che ben in poche altre città si possono riscontrare. Grazie al disinteressato e generosissimo mecenatismo dei Signori di Mantova, cantori, suonatori, ballerini, musicologi trovarono sulle rive del Mincio piena ospitalità e protezione e poterono operare nel pieno rispetto della loro personalità, delle loro capacità e dei loro meriti. Se da un lato la musica profana, con sonetti, odi, frottole, capitoli, strombotti ed altre forme poetico musicali, arricchiva di colore e nobilitava le feste dei ricchi, i ricevimenti a Palazzo, le festose mondanità della Corte gonzaghesca, dall’altro la musica sacra, con l’istituzione di una cappella musicale e cantorum che poteva vantare una produzione liturgica strettamente personalizzata e indipendente da quella romana, sotto l’abile guida di maestri compositori e direttori di primissimo piano, si imponeva per la magnificenza e la copiosità delle creazioni. Seguendo il giudizio di Claudio Gallico, certe forme compositive e modi di canto tipicamente italiani e profani furono innalzati, nel periodo isabelliano, da una posizione depressa e subalterna, portati al più alto livello colto, e quindi proposti esemplari alla cultura musicale nazionale. E non meno artisticamente fortunato fu il periodo di Vincenzo Gonzaga: accanto ad una imponente attività musicale sacra non limitata al Duomo e a S. Barbara ma irradiata a molte altre superbe chiese della città, trovò spazio e favorevolissima accoglienza la musica cameristica e teatrale che si identifica in modo splendido nella figura insuperabile di Claudio Monteverdi.
La fine della dinastia dei Gonzaga, e l’irreparabile declino politico ed economico della città, fecero inevitabilmente calare il sipario anche sulla cronaca musicale mantovana che, dagli inizi del 1700, cominciò a perdere iniziativa e personalità, acquistando una fisionomia raccomandata, più che da ogni altra parte, dall’egemonia culturale viennese. La musica dotta e scientifica dei Signori e dei Duchi di Mantova, da Francesco a Guglielmo, da Isabella a Vincenzo così ardentemente voluta ed elevata al massimo vertice della bellezza creativa, aveva avuto dunque la primaria funzione di crescere il già grande prestigio della corte gonzaghesca, di onorare in pompa magna i grandi ricevimenti a Palazzo di principi e re, di santificare in misura veramente solenne le ricorrenze religiose. Il popolo contadino non godeva ovviamente del privilegio di partecipare a manifestazioni tanto fastose e quindi di conoscere e di gustare la straordinaria ricchezza di queste forme musicali. E questo, un po’ per atavica ignoranza da cui per volontà politica non poteva essere liberato, ma soprattutto perché distolto da problemi ben più gravi ed impellenti. Per comprendere il concetto è necessario far mente locale sulla realtà di una comunità contadina che vive ai limiti di una mera sussistenza, che ha nella terra l’unica fonte di sopravvivenza, e che, nel caso raro in cui possa disporre di un «di più», lo usa per procurarsi altri generi di primaria importanza. Una comunità contadina che lotta per strappare alle acque, non ancora imbrigliate dalle opere di bonifica, lembi di terra da rendere fertili e fruttiferi. Una comunità che deve periodicamente fare i conti con la malaria, la dissenteria, il tifo, le febbri ricorrenti, il vaiolo, e che vede il bestiame falciato da tristissime forme infettive. Una comunità, ancora, che nelle alluvioni ed in altre infauste calamità naturali, conosce momenti di totale abbandono fisico e morale. Eppure è un popolo generoso, indomito, volitivo e sicuramente orgoglioso di vivere nelle terre dei Gonzaga. Un popolo dunque che non rinuncia ai suoi costumi ed alle sue tradizioni, che conosce e provoca mille occasioni di «festa», e che sa produrre, nella sua meravigliosa genuinità e freschezza, una musica speciale, semplice, romantica, quanto mai ricca di intima poeticità e di fascino. Accanto alla musica dotta di corte, fiorisce quindi una sotto cultura con una fisionomia spiccatamente personalizzata, che nei canti popolari, componimenti drammatici, burleschi, amorosi e narrativi, trova la massima espressione. Nella cornice esistenziale sopra descritta ben si può capire come i grandi appuntamenti stagionali trovassero nell’animo dei contadini una cassa di risonanza particolarmente ricettiva ed amplificante. La semina, il raccolto, la vendemmia, le piogge, la siccità, le gelate tardive, la grandine, erano avvenimenti fra loro strettamente collegati ed interdipendenti: erano il ritmo stesso della vita. Ed ecco il punto: il contadino non sa se l’annata agricola sarà favorevole, non sa se la terra avrà umidità sufficiente per le culture. L’uomo è dunque alla mercé di elementi imponderabili sui quali non ha la minima possibilità di intervento. E di fronte a questa incognita e nella coscienza della propria piena dipendenza nei confronti del fato, egli cerca di propiziarsi la sorte facendo uso del canto come di un elemento esorcizzante nei confronti della realtà in cui opera.
E ancora, in relazione ai tre momenti essenziali dell’esistenza umana, nascita-matrimonio-morte, tutta una vasta produzione musicale (canti di augurio, canti della befana, pastorali natalizie, canti di carnevale, canti della questua pasquale, canti del calendimaggio, canti di propiziazione primaverile), è adoperata dal popolo come elemento costitutivo inalienabile dell’avvenimento cui si accompagna. Nella stalla, forse unico luogo caldo della casa per familiari ed amici nelle lunghe serate invernali, sono questi canti narrativi che dominano la scena in un’atmosfera al limite fra leggenda e realtà. Sono storie di principi e cavalieri che insidiano ignare fanciulle innamorate, di inganni che trovano drammatico epilogo, di falsi pellegrini che promettono amori insperati, di suore che «malediscono» le pietre del convento, di donne rapite e portate in terre lontane dove non sorge né sole né luna, di comari ciarliere e impiccione che sentenziano in modo curioso e pittoresco. E, in ogni storia, una morale recondita, un insegnamento più o meno palese su cui riflettere, una nota su cui meditare, perché si impari a distinguere il bene dal male, perché il matrimonio risulti conveniente e sicuro, perché l’inganno trovi valida difesa nella mente ingenua del contadino. Il tutto espresso in termini convenienti e puliti: la volgarità, nel canto popolare, è fuori luogo.
E, sempre nella stalla, elemento scenico ricorrente è la ninna nanna: il bimbo deve dormire presto, non può essere presente, così candido e ingenuo, al racconto, spesso non buono e drammatico, dei vecchi. Il sonno arriva dolcemente al ritmo scandito delle madri stanche: le parole sono strane e illogiche, ma la melodia è ricca di sconvolgente passionalità e di grande calore umano.
Cosa ci è rimasto di questo immenso patrimonio popolare nato all’ombra della musica addottrinata dei principi? Poco o nulla. Il tempo ha giocato un ruolo negativo sotterrando gran parte di questi autentici documenti di vita e di costume.
La mancanza di una documentazione scritta e scientifica delle melodie e dei testi ha impedito la conservazione definitiva di un materiale etnomusicologico che la storia ufficiale ha sempre ignorato. Ma, soprattutto, l’avvento della civiltà delle macchine e dei mass-media ha provocato nel mondo popolare danni irreversibili. Come osserva Roberto Leydi, nel giro di pochi decenni il tessuto sociale ed economico della regione si è disintegrato come avviene di certi reperti archeologici portati all’improvviso alla luce. A ciò ha fatto seguito il declino civile della comunità e, quindi, la dispersione dei valori culturali. Dalle campagne sono affluiti alla città cervelli ansiosi di una elevazione sociale e di una forma di vita più privilegiata; dalla città è ritornato ben poco o, peggio ancora, sono arrivate le canzonette e i modelli piccolo-borghesi dei messaggi consumistici. Cioè cocci di vetro colorati al posto di autentiche pepite d’oro.
A questo punto, perché non tutto vada perduto (è un modo di dire tanto caro all’amico Angelo Agazzani), l’attività di ricerca e di recupero promossa in questo ultimo decennio dalla Brigata Corale 3 Laghi, appare importante sul piano umano e sociale, e quindi altamente meritoria. Molti canti sono stati riportati alla luce, convenientemente catalogati, arricchiti di documentazione, e, infine, valorizzati mediante un processo di divulgazione sapiente e capillare. Il presente volume, che reca note illustrative e critiche dell’allegato LP, è un chiaro esempio della volontà con cui il complesso mantovano ha affrontato il problema.
Si può fare di più? Sicuramente, ma con l’incondizionato contributo di tutti quanti amino il canto popolare e nutrano interesse per il settore etnomusicologico mantovano.

GH’HO ‘NA SORELA IN FRANCIA
Il canto è stato raccolto in territorio mantovano dalla Brigata Corale 3 Laghi nel 1979. La narratrice è Zoraide Bernardelli di Virgilio (Mantova).
MALEDISCO LA PRIMA PIETRA
Il canto è stato raccolto in territorio mantovano dalla Brigata Corale 3 Laghi nel 1979. La narratrice è Zoraide Bernardelli di Virgilio (Mantova).
ROSETA AT SE’ PRAN BELA
Il canto è stato raccolto dalla Brigata Corale 3 Laghi in territorio mantovano dalla viva voce di Giuseppe Bassi nel 1976.
LA BARBIERA
Il canto è stato raccolto dalla Brigata Corale 3 Laghi a Cerese di Virgilio (Mantova) nel 1979. La narratrice è Zoraide Bernardelli.
AL MAGNANO
Il canto è stato raccolto in territorio mantovano dalla Brigata Corale 3 Laghi il 18-2-1977. L’informatore è Giordano Moretti di Mantova.
SUL PONT DI LA’ DI MANTOA
Il canto è stato raccolto dalla Brigata Corale 3 Laghi in territorio mantovano nel 1979. La narratrice è Zoraide Bernardelli di Virgilio (Mantova).
FÈ LE NANE
Il canto è stato raccolto in territorio mantovano dalla Brigata Corale 3 Laghi nel 1982. L’informatore è Stefano Pasqualini di Villanova De Bellis (MN).
LA FIGLIA DEL PAISAN
Il canto è stato raccolto in territorio mantovano dalla Brigata Corale 3 Laghi nel 1979 dalla voce di Zoraide Bernardelli di Virgilio (Mantova).
MAMA MIA MINEM IN CESA
Il canto è stato raccolto in territorio mantovano dalla Brigata Corale 3 Laghi nel 1979. La narratrice è Zoraide Bernardelli di Virgilio (Mantova).
LA PIÙ BELA L’È LA LOMBARDIA
Il canto è stato raccolto in territorio mantovano dalla Brigata Corale 3 Laghi nel 1979. L’informatrice è Zoraide Bernardelli di Virgilio (Mantova)

Particolari ringraziamenti all’ amico Angelo Agazzani per la valida collaborazione prestata. Giancarlo Gozzi -1985

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