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Formigosa di Mantova

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Nel proprio Statuto la Brigata si diede uno scopo: “ ... la riscoperta e la valorizzazione dei canti tradizionali del Mantovano.” Non fu facile, nei primi tempi, ottemperare a questo impegno soprattutto per la difficoltà di reperire testimonianze sul territorio. Ricordo che uno dei nostri primi Presidenti azzardò persino l’ipotesi che la vita nelle campagne mantovane, grasse e fertili di prodotti agricoli, non fosse abbastanza grama da suscitare di quei canti tradizionali che in altre zone erano stati utile strumento per dimenticare le tribolazioni. Gli anni successivi dimostrarono quanto quell’ardita tesi fosse azzardata: ritrovarono, infatti, la voce una moltitudine di cante che nella nostra terra forse non trovarono i natali ma certamente il terreno adatto per attecchire, modificarsi ed acquisire cittadinanza.
Ora, al compimento dei quarant’anni, guardandoci alla spalle, ci soffermiamo un attimo ad osservare il cammino percorso per renderci conto che, sebbene la fase di ricerca sia ormai prossima al termine, ancora molto resta da fare in quella della divulgazione di quanto raccolto: tutto il nostro lavoro sarebbe sterile se le testimonianze ricevute dalla gente, alla gente non tornassero.
Ci si guarda indietro, è vero, ma solo per darci maggior spinta verso un futuro ancora da scrivere ma che non potrà prescindere dal nostro passato.
Laterralagentelestagioni è un compendio di quanto la Brigata fatto nei suoi primi quarant’anni per onorare la propria terra; è anche un percorso nella sua memoria, nella sua vita e nelle sue stagioni in cui delusioni e slanci, difficoltà e successi, accese discussioni ed indiscussa amicizia ne hanno formato il carattere; è soprattutto un tributo a chi con lei ha cantato, collaborato, tribolato e messo in comune una piccola, o grande, parte della propria vita.
Laterralagentelestagioni è infine un ringraziamento a chi ci ha diretto con competenza, infinita pazienza e grande passione permettendoci di progredire nel nostro cammino, dall’indimenticabile Luigi Guernelli, co-fondatore e vero padre della Brigata, a Emanuele Mazzola che seppe darci nuovi stimoli e proporci ambiziosi obiettivi, al giovanissimo Giovanni Pavesi che tra i suoi molti impegni seppe porre la Brigata al primo posto ed a Simone Morandi che da poco ci guida con perizia ed energia, senza dimenticare i nostri coristi Vasco Furgeri e Maurizio Giovanelli che con commovente disponibilità hanno traghettato la Brigata nei momenti in cui l’approdo rischiava di sparire nelle nebbie delle difficoltà.
Un ringraziamento particolare a Bruno Benedini che ha offerto la sua opera per registrare, praticamente dal vivo, i canti inediti presenti sul CD.
Andrea Carenza

Superata la luminosa soglia dei quarant’ anni di attività, la Brigata Corale 3 Laghi si è fermata per fare i conti della sua vita. Una pausa veloce, quasi per tirare fiato dopo tante energie spese a tenere alto il suo nome. Aprendo il mobile-santuario che raccoglie le sue memorie, ha riportato alla luce documenti storici e fatti di verità ormai dimenticati, ha ripreso conoscenza delle varie pubblicazioni discografiche che nell‘ultimo scorcio del ‘900 avevano annunciato la sua presenza e il suo peso nel mondo del Canto Popolare italiano. E, come succede sfogliando un vecchio album di fotografie ingiallite dal tempo, non sono mancati i batticuori e le forti commozioni. Nessun consta, rivisitando un passato artistico bello e pregnante, ha saputo evitare stati d’animo dominati dalla nostalgia. Ma agli occhi di tutti l’operazione è parsa opportuna, coraggiosa, conveniente, produttiva.
Opportuna per ricomporre l’immagine vivida dei tanti compagni, oggi non più presenti, che con intelligente partecipazione hanno dato lustro al sodalizio. Coraggiosa in quanto ha permesso di prendere coscienza dell’ opera diligente e preziosa svolta da Luigi Guernelli, nostro fondatore e amato direttore fino al 1996. Conveniente alla Brigata Corale di oggi per studiare e capire suoni, stilemi, forme espressive che hanno governato il suo canto, a volte in modo prestigioso, nelle stagioni passate. Produttiva, infine, perché da essa è germinato un progetto singolare oltre che celebrativo.
Ed è questo: un nuovo CD formato da brani presi direttamente da vecchie edizioni discografiche (Testimonianze Popolari, 1980; Ricordanze Mantovane, 1985; Laterralagenteletradizioni, 1991; Il Prodigio di Betlemme, 1999) e da lezioni inedite mai messe su disco. L’idea è maturata e il progetto si è realizzato portando un contributo a nostro avviso notevole al libro Canti Popolari Mantovani, perla letteraria della 3 Laghi di recentissima pubblicazione. La nuova collana, alla pari di quelle che l’hanno preceduta, raccoglie le storie popolari di sempre, quelle cioè che tracciano a tutto tondo il ritratto della civiltà contadina evidenziandone la religiosità, l’amore, le fatiche sulla terra, l’anima culturale. Storie di vita e di costume, dunque, scelte ed accostate opportunamente per raccontare Laterralagentelestagioni nell’evolversi ciclico del tempo calendariale che va da un San Martino all’altro. Ne ripercorriamo velocemente i contenuti.
“Ai Sant tabàr e guant” recita la gnomica popolare. Ai primi segni del freddo il contadino apre le porte della stalla e inaugura il filò, tempo sacro nel mondo pastorale per il trasferimento orale della sapienza dai vecchi ai giovani. Il canto, con le fole, i proverbi, ha un peso determinante nell’acculturazione di una società senza scuola e senza alfabeto. Le cantilene, le nenie (Ninne nanne mantovane) al di là della funzione primaria che ben conosciamo, per prime svolgono un ruolo educativo importantissimo: la mamma insegna al pargolo che culla le prime parole, dolci e buone, in quella lingua che gli sarà compagna tutta la vita. Ma a tenere alta l’attenzione dell’ assemblea radunata al fianco degli animali sono più che altro i canti narrativi, le ballate, i canti sociali. L’Ingleşa (l’eroina uccide il crudele cavaliere per vendicare l’onore di tante disgraziate sedotte e portate alla morte dal perfido ingannatore), I tri tanbür (il tamburino sfida coraggiosamente l’imperatore che, credendolo privo di ricchezze, non gli concede la mano della principessa), sono due delle tante ballate raccolte nella sua terra dalla Brigata mantovana in trent’ anni di ricerca sul campo. Sono lezioni di alto pregio poetico-musicale, dense di significati e di insegnamenti.
Ecco poi Va là, va là boaro, classico “canto a contrasto”, a bella posta modellato sul ritmo della ninna nanna dalla mamma preoccupata di comunicare al figlioletto ancora in fasce la triste qualità di vita del salariato, oltre che l’irriverenza e la cattiveria dei padroni. Il filò invernale, con più famiglie riunite nella corsia della stalla, favorisce una promiscuità in cui sono inevitabili i corteggiamenti e le rivalità amorose tra i due sessi. I giovani hanno qui l’occasione propizia per trovare l’anima gemella, proprio come dice Teofilo Folengo: “Filozzi vadunt rustici quando reperiunt et alloquuntur suas morosas”. I fiori e i rispetti, esempi freschissimi della lirica popolare, segnano l’amoreggiare e lo scambio dei sentimenti tra i morosi che hanno il cuore in pazza fibrillazione; i canti evidenziano invece il difficile compito della madri volte soprattutto ad indirizzare le figlie verso l’unione più sicura sul piano morale e meno rischiosa dal punto di vista patrimoniale. Su questi concetti si sviluppano narrativamente D’un stùdentìn (La scelta felice) e Am vòi maridàr, due efficaci testimonianze del dialogo, in forma di apparente “contrasto”, che nasce tra l’esperta educatrice e la giovane figliola, troppo innamorata quest’ultima e per niente disponibile ad ascoltare la voce di chi vorrebbe prudentemente guidarla. L’autunno è anche tempo di matrimoni: “Par San Martìn do teste e ‘n cosìn”. Tra le tante canzoni che inneggiano al rituale, a volte inserendovisi in forma drammatica, nelle campagne gira la lezione tragicomica Cos’ ha magnà la spoşa, un componimento che descrive le prime sere di matrimonio di una sposina tracciandone senza riserve di colpi e in modo irriverente (caso rarissimo nella letteratura popolare) gli attributi meno poetici e più materiali. La poveretta è tanto avida di cibo da dimenticare presto le fresche gioie dei doveri coniugali per soddisfare gli stimoli di un appetito insaziabile. Arrivando la sesta sera, mentre un lugubre suono di campane a morto si accompagna al funebre dies ire, l’ingorda dama rende l’anima al cielo: il suo ventre esplode fragorosamente non più reggendo al peso delle pantagrueliche abbuffate.
Con il Natale alle porte, il Prodigio di Betlemme consiglia alle comunità contadine rituali e costumanze di atavica memoria. Si anima il presepio e i canti, distillato semplice e genuino del mistico fervore popolare, confermano i momenti salienti della venuta del Salvatore, indugiando lungamente nella descrizione dell’umile ambiente in cui Gesù ha scelto di nascere. Andem, andem Vergin Maria e L’è şa nat raccontano appunto le fatiche di Maria prossima al parto, la scelta della modestissima grotta che accoglierà il magico evento, la collocazione del Bambino nella mangiatoia dove il freddo è rotto appena dal fiato del bue e dell’ asinello: fatti dichiarati dal Vangelo, esaltati dalla voce della pia tradizione popolare che arriva al tripudio nel giorno dell’Epifania quando i Re d’Oriente si prostrano in preghiera ai piedi del Redentore (La Santa Notte).
Dòp Nadal l’è sübit Carneval. Il mondo contadino partecipa in modo appassionato al momento magico che segna lo spartiacque tra il vecchio e il nuovo anno agricolo. Seguendo l’antico aforisma semel in anno licet insanire, l’uomo dei campi si abbandona a chiassose baldorie, a riunioni conviviali marcate da episodi di sfrenata allegria. Il tutto per esorcizzare carestie, malattie, epidemie e calamità naturali, per propiziare abbondanza e buoni raccolti. Il canto che traduce questa atmosfera orgiastica si fa sboccato nelle sedute all’osteria, diventa burlesco nel mondo piccino (Il grillo, Crapa Pelàda), tocca i limiti del grottesco e del paradossale nelle lezioni inneggianti al matrimonio che, per la pazza festosità del momento, non può che essere “ridicolo” sia nelle immagini che nelle figure. L’ültìm dì de Carneval e Biròc al và, tengono banco nel filò animato in questo periodo dalla presenza esilarante dei cantastorie e dei contastorie.
Con la penitenziale Quaresima ritorna il buon senso e la saggezza. La Chiesa predica dal pulpito il memento mori e consiglia alle comunità contadine la moderazione, il digiuno, l’astinenza, la recita del rosario e degli inni di pentimento, i canti della Passione per affrontare la Pasqua con animo purificato. Dalla croce Gesù pende, sulla croce Gesù muore ... , è la nenia lacrimevole che si leva al cielo nella Bassa Padana dove tutto è pronto ormai per la grande Domenica dell’Uovo.
La primavera, annunciata dal volo degli aquiloni che guizzano nella brezza leggera in eterna gara con le rondini arrivate dal sud, ripropone l’inizio della fatica contadina: i campi benedetti nel rituale delle Rogazioni, invitano l’uomo a controllare le sue energie in vista di un impegno stressante e problematico. L’allevamento del baco da seta è il primo lavoro stagionale a portare nuovo ossigeno alle ormai misere condizioni economiche della famiglia. Nelle filande tornano i canti delle filandaie, storie d’amore e di lavoro, ma spesso anche di protesta e di denuncia: In filanda si sottolineano con accento severo le inquietanti attenzioni dei sorveglianti e dei direttori che esercitano il loro forte potere come strumento di seduzione.
Nelle corti e nei borghi tornano a presentarsi gli ambulanti stagionali, pittoreschi personaggi che si offrono a buon mercato e con indiscussa professionalità nella nobile mansione di stagnini, di arrotini, di spazzacamini, di ombrellai, ecc. La tradizione popolare li presenta come corteggiatori di chiara fama e sempre pronti ad offrire alla maliziosa raşdora anche “servizi” di altro tipo. Ma, come succede nel nostro Magnano, il destino di questi dongiovanni improvvisati è scontato: per loro è già pronto il bastone del padrone di casa.
Tra maggio e giugno le mondine vanno alla monda del riso, affrontando un’avventura lunga quaranta giorni, cattiva ed esasperante non solo per la fatica nella risaia ma anche per l’alimentazione, scarsa, ripetitiva e igienicamente intollerabile. Questo è l’inizio del canto che più d’ogni altro testimonia a caratteri grandi la dura esperienza sopportata dalla giovane mondariso: “O cara mama vienimi incontra che ho tante cose da raccontare, che nel parlare mi fan tremare, la brutta vita che ho passà”. Non bastano i pochi soldi e il sacco di riso guadagnati per farle dimenticare un tormento che l’ha segnata profondamente nell’animo e nel corpo: solo il sostegno della madre può ridarle la serenità che si è spenta sul suo viso.
L’estate arriva mostrando all‘uomo dei campi i frutti copiosi della sua opera agricola. Tornano i canti che alleviano la fatica della mietitura, della battitura, della vendemmia e della scartocciatura: cantando il duol si disacerba. Canti d’amore tendenti a risvegliare l’impulso amatorio dei lavoranti stremati dal cocente solleone; canti che permettono alle timide forosette di scherzare con il corteggiatore, di provocarlo e di tentarlo recitando il falso ruolo dell’ingannatrice (Lassù nel mio giardino). Ma quando l’amore stenta a presentarsi, il canto si fa triste, accorato, melodrammatico fino a snodarsi sull’aria di un commovente pianto (Marcellina).
E’ il tempo dei filò sull’aia o davanti all’uscio di casa, nella pace della sera sotto il cielo mirabilmente stellato. Con le fole, i proverbi e le canzoni della tradizione i vecchi riprendono il filo del discorso abbandonato nel corso dei lavori agricoli: i giovani li ascoltano e imparano. Le ballate restano sempre i motivi di maggior fascino nell’attento uditorio per i casi tragici, pietosi e tristi che formano la loro materia: arrivano facilmente al cuore e fanno meditare. Con il drammatico ballo in cui Nineta bèla manifesta simbolicamente l’odio per i genitori che l’hanno abbandonata alla sorte avversa, si chiude un racconto iniziato per testimoniare la fede della gente dei campi nella continuità della vita, nel suo ripetersi tra morte e resurrezione da un San Martino all’altro. Il freddo è alle porte e la stalla è già pronta per il nuovo filò.
Giancarlo Gozzi, Marzo 2012

 

 

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